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Una Baronessa di Carini troppo “costruita”

Trasmessa su RAI UNO il 14 e 15 ottobre 2007


Che le splendide immagini del castello di Mussomeli abbiano contribuito a conferire alla fiction sulla Baronessa di Carini di Rai1 una straordinaria pregnanza sul piano scenico ed emotivo è fuori discussione, anche se restano tutte da capire (e da accertare) le strane circostanze della mancata messa in onda – in entrambe le serate – dei titoli di testa e di coda da cui sia Mussomeli che Carini si aspettavano giustamente una significativa ricaduta in termini di interesse culturale e anche - perché no? - turistico.
Ma tant’è. Quali che siano le cause di una tale, imperdonabile omissione, una cosa è certa: questo (e di peggio) può accadere in un’epoca come la nostra che, dopo un lungo e colpevole oblio che ha prodotto danni irreparabili a tutti i livelli, alla fine non sa scoprire nella “cultura” che la classica “gallina dalle uova d’oro”, cioè nient’altro che uno strumento perfetto per il perseguimento di obiettivi del tutto estranei all’identità del territorio e all’anima del popolo del popolo che l’ha prodotto e di cui è espressione.
Purtroppo, ciò che oggi conta veramente è quel simulacro di cultura che, prescindendo dalle identità e dai valori rappresentati, scade non di rado nella volgare prassi dell’ usa e getta e nella logica deprimente della finzione pura e semplice, finalizzata all’esclusiva «costruzione» di prodotti che, nell’indistinto mercato del cosiddetto “villaggio globale” siano «vendibili» al più alto prezzo possibile.
In fondo, questa è una delle tante amare verità del nostro tempo che spesso, non a caso, si connota come “civiltà dell’immagine” nel senso deteriore del termine, proprio per il suo guardare esclusivo a ciò che appare piuttosto che alla sostanza delle cose. In questo nostro tempo ciò che conta davvero è la “confezione”: Più che porre attenzione al prodotto, basta azzeccare la confezione e l’affare è fatto: una logica diffusa a cui, ovviamente, non è sfuggita neanche questa Baronessa di Carini.
Certo, si può capire che varie, splendide immagini di diversi siti siano state abilmente assemblate al fine di creare una scenografia funzionale alla trama, ma questo non poteva e non doveva accadere senza indispensabili indicatori che, comunque facessero salve le identità culturali di provenienza. E’ ciò non per preminenti ragioni di bottega, ma perché i “beni culturali” non sono delle mere astrazioni ma identità concrete la cui fruizione, giova ribadirlo, non può prescindere dal tempo e dallo spazio che li ha prodotti.
Del resto, analoga disinvoltura si è notata nelle troppo pesanti manipolazioni dei dati storici che, in alcuni casi, si sono rese responsabili di una vera e propria disinformazione culturale.
Infatti se, da una parte, gli sceneggiati, per loro natura, non possono prescindere da un intrigante intreccio tra realtà e fantasia, dall’altra è pur necessario che le due dimensioni siano coerenti e, comunque, verisimilmente collegati.
Da notare che ormai, dopo le inequivocabili scoperte d’archivio di Adelaide Baviera Albanese e gli studi conseguenti, sulla “vera” storia della Baronessa di Carini si sa tutto quello che si deve sapere, al di là delle molteplici leggende e dei vaghi riferimenti della tradizione orale. Per questo motivo ci si sarebbe aspettata un’attenzione più puntuale all’evento cinquecentesco che, a questo punto, forse impropriamente dà il titolo al lavoro, considerato il ruolo marginale e strumentale assegnato alla vicenda concreta di cui “veramente” fu vittima Donna Laura Lanza, figlia di Don Cesare, conte di Mussomeli. Per la verità, si può notare che già questo era l’impianto dell’edizione del 1975, che suscitò grande entusiasmo. Ma non si deve dimenticare che allora il “caso” della Baronessa di Carini era molto meno noto tra il grande pubblico di quanto non sia oggi sicché, essendo meno percepita la dicotomia tra storia e fantasia, tutto l’impianto appariva dotato di un’intrinseca coerenza. Senza dire che molto giovò allora al successo allo sceneggiato il tema, molto presente nella tradizionale cultura popolare, della continuità fantasmatica di certe colpe sulla linea della progenie.Sennonché oggi il pubblico è, in generale, più smaliziato e certe forzature ed artificiosità lasciano piuttosto perplessi, specie se poi si ha l’idea, che vorrebbe essere geniale, di un insulso lieto fine per una storia conosciuta come “tristissima” per definizione. Così, lungi dal centrare l’obiettivo - di per sé positivo - di volere fare giungere un messaggio liberatorio in nome della libertà, la trama, traslata nella Sicilia dell’era garibaldina del 1860 (nell’edizione del ’75 era ambientata nell’era napoleonica 1812), sortisce l’effetto di una gran confusione in cui confluiscono i più disparati e talora inesatti elementi. Infatti, si vedono presunti feudatari (che, in realtà, non sono più tali poiché la feudalità era stata abolita nel 1812) ed improbabili Beati Paoli (le cui tracce erano scomparse già verso la fine del Settecento) intrigare gattopardescamente con lo sbarco di Garibaldi a Marsala. Persino le date vengono manipolate per determinare artificiose coincidenze. Così, la “vera” tragedia cinquecentesca viene “adattata” alle esigenze di un opinabile copione e dal 4 dicembre 1563 viene spostata al 20 maggio 1560 per farla coincidere con i trecento anni esatti dallo sbarco di Garibaldi! Insomma, una vera e propria delusione!
Angelo Barba




Articolo inserito il 20/10/2007

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